Oggi ricorre l’anniversario dell’inizio del maxiprocesso, poi perchè ricordare l’inizio di un processo è roba da capire. Ad ogni modo.

Oggi, da più parti si levano encomi, apprezzamenti, tistiate (per i non siculi, ondeggiamenti del capo a sottolineare le parole) di “io c’ero”, tutti a dire “grande lavoro”, “immenso sacrificio”, tutti a ricordare le frasi divenute famose (più che altro rese famose dai giornali). Si celebra, dicono, la vittoria dello Stato sulla mafia, su Cosa Nostra.  Dicono. legal

Lo ha detto chi in questi trent’anni non sa nemmeno cosa è la mafia, lo ha detto chi ha fatto affari con la mafia, chi si è fatto raccomandare anche per ricoprire incarichi pubblici o di pubblico ufficiale. Lo hanno detto un pò tutti: belli e brutti, cattivi e buoni, puliti e sporchi. Del resto l’importante è stare sul pezzo.

Ho letto gli atti del maxiprocesso per la mia tesi. Ho scoperto che la mafia raccontata a margine del procedimento non era esattamente quella che veniva fuori da quelle pagine, dalle dichiarazioni, dalle prove raccolte. Era peggiore. Molto di più.

Trent’anni fa ci hanno raccontato per sommi capi che lo Stato processava la mafia, ci hanno fatto vedere boss dietro le sbarre che rilasciavano dichiarazioni da film. Ci hanno fatto contenti, insomma.

Oggi, ci raccontano e fanno vedere le stesse cose. Ma non dicono come stanno le cose oggi, cosa ne è stato di quel “grande patrimonio”, “grande eredità” che è stato il maxiprocesso.

E’ innegabile la forza della struttura accusatoria del maxiprocesso, come è innegabile che oggi, col sistema giudiziario modificato negli ultimi trent’anni, non si potrebbe più realizzare. E questo non lo raccontano perchè sarebbe come dire che lo Stato ha scherzato, mandando al macero anni di lavoro.

Delle circa 700 cosazze inutili (io li chiamo così i mafiosi) coinvolte, alla sbarra ne furono portate più di 400.  Molti dei pezzi da novanta della mafia palermitana morirono ammazzati prima (e fecero salvi i loro patrimoni, ma questa è altra storia), altrimenti sarebbero stati molti di più o, come penso da quando ho letto gli atti, il maxi-processo sarebbe stato altro: un pò come la condanna per evasione fiscale ad Al Capone.

Di quei 400 e cocci di malacarne (sempre i mafiosi) alla fine della fiera, nei vari gradi di giudizio, ne furono condannati poco più di 200 tra ergastoli ed anni di carcere. Ed arriviamo ai giorni nostri.

Oggi, ci sono quelli che si chiedono se l’ergastolo è giusto comminarlo e se il regime del 41bis non sia uguale alla tortura (alcuni addirittura dicono alla Guantanamo USA). Chi si riempie la bocca dei ricordi sul maxiprocesso, domattina tornerà a fregarsene o, peggio, ad impegnarsi a demolire qualsivoglia strumento di lotta alla mafia. Oggi, però sta sul pezzo: un sorriso per la stampa non si nega a nessuno.

Ma oggi ci sono anche le scarcerazioni di quelle cosazze inutili che furono sbattuti dentro trent’anni fa. Negli ultimi anni sono tornati in libertà boss di peso, proprio quelli che comandavano ai tempi, ma anche qualcuno che da picciotto in carcere, non si sa come, fece carriera ed ora comanda. Dicono che hanno scontato la loro pena, che hanno pagato il debito con la società. Dicono.

E te li ritrovi in giro per le strade di Palermo: chi all’Arenella, chi alla Guadagna, al Capo, al Borgo. Ed anche se non possono frequentare pregiudicati, vanno a pranzo insieme: anche a loro tocca fare le rimpatriate (ne hanno arrestato nuovamente due per questo motivo).

E tra una rimpatriata ed un’altra, ricominciano a gestire gli affari in prima persona, sistemano un pò di cose, danne le direttive: gli ultimi arresti a Palermo sono stati eseguiti nei confronti di boss scarcerati poco tempo prima. Sono i rischi del mestiere diranno: poi ci sta sempre un cavillo, una mancata notifica, una goccia di caffè sull’atto e si ricomincia tutto da capo.

Queste cose, roba da poco, però oggi non le raccontano. Non lo raccontano che lo Stato, che voleva combattere Cosa Nostra, in verità lanciò solo uno spot. Sulla pelle di qualcuno, ma pur sempre uno spot. Del resto qualche rischio (degli altri) bisogna pur correrlo.

Quindi mi chiedo, usando una espressione cara alla comica Littizzetto che rende perfettamente l’idea: ma che minchia ci celebrate?

One thought to “Maxiprocesso fu. O no?”

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