“Make America safe again”, cioè rendere l’America di nuovo sicura.

Questo é lo slogan della campagna elettorale di Donald Trump, terrore e sicurezz è il tema evidente, anche se non dichiarato, della convention del Republican Party in corso a Cleveland.

La struttura della convention e gli interventi devono giustificare lo slogan della campagna elettorale: il mondo è a rischio, l’America è a rischio, chi sta con Trump è al sicuro.

Trump non ha potuto far altro che portare il terrore alla convention: ha costruito gli interventi in modo da sottolineare l’escalation della paura, del terrore, dello sconforto, persino il personale della sicurezza che girava in modo evidente all’interno della platea contribuiva a questo schema.

Così, quando la platea sarebbe stata pronta, empaticamente pronta, per dire basta al terrore, ecco la soluzione, ecco chi può difendere l’America: mister Donald Trump.

I relatori principali (politici, parenti di soldati morti, attori) hanno portato le proprie esperienze a giustificazione del sostegno al candidato. Esperienze dure, di dolore in alcuni casi, di lotta al terrore fatto su più fronti: criminalità, terrorismo, vite difficili, ostacoli superati grazie alla sicurezza che l’America di una volta garantiva.

Il relatore finale, quello più importante di tutti, parte dalle esperienze personali simili ai precedenti, ma non ricorda l’America che fu. No, questo relatore racconta di un uomo che ha protetto e migliorato la sua vita e che, di sicuro, proteggerà tutti: Donald Trump. Ed il relatore positivo è sempre un membro della famiglia Trump, of course.

La costruzione è tipica di una rappresentazione teatrale o cinematografica: ci sono cattivi, sangue, distruzione, terrore, suspence, eroe positivo. In pratica Trump ha messo su un teatrino.

Certo il teatrino non è una convention per le presidenziali, ma questo Trump non lo sapeva ed il primo giorno è stato un flop. Tanto teatro, poca sostanza, poca politica. Se ne sono accorti quelli del Republican Party, se ne sono accorti i giornalisti e gli opinionisti, ma il regista ancora no.

Lui non lo ammetterebbe mai, specie dopo aver fortemente voluto organizzare (senza l’ausilio di professionisti in ambito politico) la convention. Trump ha voluto dimostrare di essere bravo ad organizzare convention ed intrattenere il pubblico, ma la politica è un’altra cosa. Ora lo sa.

Per il resto il primo giorno è stato caratterizzato dalla protesta dei delegati che si ritrovano sotto lo slogan “Never Trump”; e dagli scontri verbali di questi con i delegati a sostegno di Trump.

Si è passati poi dall’attore che interpretava il nipote di The Fonz nella serie Happy Days (noi abbiamo avuto Renzi col giubbottino: della serie un Fonzarelli sempre presente in politica) all’ex sindaco di New York Rudolph Giuliani. Tanti cowboy e veterani e la benedizione al termine della sessione pomeridiana del Pastore Mark Burns, ormai una star televisiva (e fondatore di una TV), presente al fianco di Trump dall’inizio della campagna elettorale.

Il momento più alto del Trump-programma doveva essere quello della comparsa della moglie, l’angelo che preparava lo spettatore all’arrivo dell’eroe. Per presentare la moglie, è comparso sul palco come una rockstar, colonna sonora e tanto fumo (in senso letterale).

Peccato che la moglie ha rovinato il momento copiando il discorso che fece l’attuale First Lady, Michelle Obama, quando il marito fu candidato alla Presidenza USA (potete trovare il confronto qui).

Bilancio conclusivo, quindi, poca politica, molta retorica, una convention mala organizzata. Tanto fumo.

Trump_fumoPhoto credits: www.politico.com

 

One thought to “Il senso di Trump per il terrore”

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